Marco Paolini
NEL TEMPO DEGLI DEI
il calzolaio di Ulisse

 

di Marco Paolini e Francesco Niccolini
regia Gabriele Vacis
con Marco Paolini
e con Saba Anglana, Elisabetta Bosio, Vittorio Cerroni, Lorenzo Monguzzi, Elia Tapognani
musiche originali Lorenzo Monguzzi
con il contributo di Saba Anglana e Fabio Barovero
scenofonia, luminismi, stile di Roberto Tarasco
produzione di Michela Signori
coproduzione Jolefilm, Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa

con la collaborazione di Estate Teatrale Veronese e Teatro Stabile Bolzano


Ex guerriero ed eroe, ex aedo, l’Ulisse di Paolini e Niccolini si è ridotto a calzolaio viandante, che da dieci anni cammina verso non si sa dove con un remo in spalla, secondo la profezia che il fantasma dell’indovino cieco Tiresia gli fa nel suo viaggio nell'aldilà, narrato del X Canto dell'Odissea. Impossibilitato a sottrarsi a un destino di morte e violenza voluto dagli dèi, l’eroe si autoinfligge la più dura delle punizioni, rinunciando al trionfo e all’immortalità e obbligandosi a un nuovo esilio sotto le mentite spoglie di un calzolaio. Il protagonista è quindi un Ulisse pellegrino e invecchiato, che non ama svelare la propria identità e che tesse parole simili al vero: si nasconde, racconta balle, si inventa storie alle quali non solo finisce col credere, ma che diventano realtà e addirittura mito.

«Con quanti, ma soprattutto con quali dei ha a che fare un uomo oggi? Non penso ovviamente alle solide convinzioni di un credente, ma al ragionevole dubbio di chi, guardando al tempo in cui vive, pensa con stupore e disincanto alle possibilità di accelerazione proposte alla razza umana. Possibilità di lunga vita, possibilità di potenziamento mentale e fisico, possibilità di resistenza alle malattie, eccetera… Restare umani sembra uno slogan troppo semplice e riduttivo, troppo nostalgico e rassicurante quando diventare semi-dei appare un traguardo possibile, almeno per la parte benestante del pianeta. Ulisse per me è qualcuno che di dei se ne intende e davanti alle sirene dell’immortalità sa trovare le ragioni per resistere.»
Marco Paolini

«Per anni lui per me è stato l'uomo che pensa a testa bassa e poi trova le parole giuste: l'uomo del cavallo di Troia e della gara con l'arco, quello delle Sirene, Polifemo, Scilla, Cariddi. Poi, all'improvviso, è diventato l'uomo triste che piange sullo scoglio più isolato di isole da sogno, dove donne innamorate di lui gli hanno promesso l'immortalità e molto altro, pur di trattenerlo: ma la nostalgia di casa, della moglie e del figlio erano sempre più forti di ogni tentazione. Strano atteggiamento per un uomo che il mito ci ha consegnato come il simbolo di chi vuole superare ogni confine senza paura.

Poi un giorno è diventato qualcos'altro ancora: è accaduto quando io, Marco e Silvia Busato abbiamo letto ad alta voce la strage dei pretendenti e delle ancelle puttane. Lì è cambiato tutto e abbiamo dovuto ricominciare da zero: ci eravamo incagliati su un problema enorme. Come si fa a sposare il punto di vista di un assassino di quelle proporzioni? Inaspettatamente ci siamo trovati di fronte a un reduce di guerra che perde il controllo di sé e fa una strage, peggio del peggior marine psicopatico di ritorno dal Vietnam, dall'Afghanistan o dall'Iraq. Perché di questo si tratta: un reduce che, in tempo di pace, applica le regole più feroci del campo di battaglia. La sua vendetta è smisurata. Non c'è dubbio che i prìncipi achei siano sfrontati, arroganti, dei parassiti che assediano Penelope, minacciano Telemaco e divorano le ricchezze del palazzo, ma bastano questi crimini per fare a pezzi centoventi giovani uomini e donne?

Il giorno che ci siamo posti questo problema, e abbiamo cominciato a cercare la risposta, quel giorno lo spettacolo ha cominciato a esistere. Ma il nostro Ulisse ha smesso di assomigliare a qualunque antico e luminoso eroe: sporco di interiora e sangue, infangato, maleodorante, invecchiato, rugoso e sdrucito, in esilio per altri dieci anni in compagnia solo di un vecchio e inutile remo, abbiamo scoperto non l'ex guerriero ma un uomo che - per l'ennesima volta da solo e contro gli dei capricciosi e ostili - cerca di placare demoni vecchi e nuovi, che lo hanno accompagnato lungo trent'anni di guerre, naufragi e inattesi incontri. E tutto questo, con una sola spiegazione possibile, che ci viene dal personaggio che più amo in tutto il poema (e che solo apparentemente è rimasto fuori dal nostro spettacolo), Alcinoo, il re mago, che tutta questa fatica e il dolore riesce a spiegare con le parole più semplice e belle: «perché i posteri avessero il canto».
Francesco Niccolini

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