banne gg con finanziamento

 Di seguito le presentazioni delle Lezioni Spettacolo proposte con il progetto Regione Veneto, iniziativa finanziati ai sensi della legge regionale 30 dicembre 2016, n. 30, art. 109, nell'ambito del programma per le celebrazioni del centenario della Grande Guerra.

 


ERANO COME NAUFRAGHI
racconto teatrale di e con Paola Rossi
produzione La Piccionaia – I Carrara / Teatro Stabile di Innovazione e con il Museo del Risorgimento e della Resistenza di Vicenza

Lezione spettacolo per le scuole secondarie di II° in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale (1914-1918)

“La strada, ora, si faceva ingombra di profughi. Sull’altipiano di Asiago non era rimasta anima viva. La popolazione dei sette comuni si riversava sulla pianura, alla rinfusa, trascinando sui carri a buoi e sui muli, vecchi, donne e bambini, e quel poco di masserizie che aveva potuto salvare dalle case affrettatamente abbandonate al nemico. I contadini allontanati dalla loro terra erano come naufraghi”
(E. Lussu, “Un anno sull’altipiano”)

Nel gioco delle complesse e talora contraddittorie vicende che caratterizzano il corso della Prima Guerra Mondiale sul fronte italiano, il territorio vicentino costituisce senza dubbio: per caratteristiche geografiche, per valore strategico e soprattutto per le ripercussioni morali e psicologiche degli avvenimenti che in esso si sono svolti, un settore di primaria importanza, tale da condizionare a un certo momento lo svolgimento dell’intero conflitto. Questo contesto fu l’unico dell’intera fronte a subire ininterrottamente per quarantun mesi le sorti di uno stato di belligeranza divenendo teatro di alcune tra le più sanguinose battaglie combattute durante il conflitto, culminate con la grandiosa “Offensiva di Primavera” meglio nota con il nome di Strafexpedition, scatenata dagli austroungarici nel maggio del 1916, a un anno dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, lungo il vertice del saliente trentino costituito dalle Prealpi vicentine. Si trattò probabilmente della più grande battaglia che si sia mai combattuta in montagna e del tentativo militarmente più importante, se si prescinde dalla disperata offensiva del 1918, compiuto dall’Impero Asburgico di stroncare definitivamente l’Esercito Italiano.
Gli abitanti di interi paesi furono costretti precipitosamente ad abbandonare le loro case, sotto all’incalzare delle bombe, altri saranno evacuati dai militari con un preavviso di sole due ore. In pochi giorni decine di migliaia di persone si riversano in pianura. Sono soprattutto donne, vecchi, bambini, bisognosi di tutto e senza un luogo dove andare.
La tragedia del profugato rappresentò un momento terribilmente drammatico, con scene ed aspetti strazianti; i “convogli del dolore” diventavano una drammatica realtà per popolazioni che, per un anno intero, avevano vissuto e resistito accanto ai soldati italiani. L’esodo di decine di migliaia di persone si tradusse in un’autentica diaspora: vi furono coloro che, più fortunati, poterono sistemarsi nei paesi della pianura veneta; altri, invece, furono dispersi lungo l’intera penisola non sempre trovando quella comprensione e quell’ospitalità che avrebbero potuto almeno in parte alleviare le loro sofferenze fisiche e ancor più morali.
I profughi sono il segno tangibile di una momentanea sconfitta, rappresentata dalla perdita di un territorio; sospettati di essere spie, in quanto abitanti di confine; sentiti come un peso da popolazioni già duramente provate dalla guerra. Così, nelle cronache di quel periodo, dopo la concitazione della partenza, i profughi scompaiono. La documentazione ufficiale tace. La storiografia successiva dimentica. Per lungo tempo i profughi sembrano rappresentare un episodio vergognoso o quanto meno indegno di memoria, della nostra storia. Qualcosa che è meglio tacere.
La loro storia riemerge, dopo decenni di silenzio, nelle ricerche condotte da storici e appassionati attraverso i diari dei sacerdoti, che tanto si adoperarono per mantenere unite le popolazioni e alleviare le loro sofferenze, e nei ricordi di persone anziane intervistate negli anni ottanta e novanta del secolo scorso. E così, accanto a quello dei sacerdoti, ci resta il punto di vista dei bambini, principali vittime, come sempre, di ogni conflitto.

In questo racconto che si rivolge soprattutto agli studenti delle scuole, Paola Rossi, attraverso immagini e letture tratte da documenti, interviste, memorie, cerca di ricostruire una vicenda dimenticata e ridare voce ai protagonisti.

Il testo si avvale della consulenza storica e iconografica del Museo del Risorgimento e la Resistenza di Vicenza.

 


UNA FEROCE PRIMAVERA
un progetto di Andrea Pennacchi
produzione Teatro Boxer

Lezione spettacolo per le scuole secondarie di II° in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale (1914-1918)

“I lampioni si stanno spegnendo su tutta l’Europa, nel corso della nostra vita non le vedremo più accese”
(Edward Grey, ministro degli esteri inglese, 1914)

“Saremo a Vienna per Natale”
(generale Porro, 23 maggio 1915)

Si sbagliava di grosso il generale dell’esercito italiano, aveva invece ragione da vendere il ministro inglese: all’entrata in guerra, una guerra sia detto in cui il nostro paese era l’unico a non poter neanche fingere di avere ragioni difensive e in cui eravamo entrati dopo una vergognosa asta al miglior offerente tra le due grandi alleanze in campo, il nostro paese non era militarmente pronto e guidato da generali inetti, ma tutti prevedevano che sarebbe finita presto.
Di recente, alcuni studiosi hanno sostenuto che la Grande Guerra stata sia in realtà l’evento scatenante di una “guerra del mondo” i cui ultimi echi si sono spenti solo con il recente conflitto balcanico (e qualcuno si spinge fino ai conflitti medio orientali in atto): una guerra mai terminata che attraversa il “secolo breve”, il nostro, accumulando morti e sofferenze inaudite. Ha quindi ancora molto senso provare a raccontare, mediante poche storie significative, un evento di tale portata, che anche in Italia, soprattutto nelle regioni di Nord Est, infuriò selvaggiamente bruciando generazioni di giovani (da tutto il paese) in quella che avrebbe dovuto essere la nuova fucina dell’identità nazionale e la quarta guerra d’indipendenza. È una prospettiva un po’ sbilenca la nostra (la mia e quella del musico e poeta Giorgio Gobbo), lontana dalle retorica della “grande guerra patriottica”, ma rispettosa delle centinaia di migliaia di caduti, della loro gioventù, dei loro sogni. E proprio di sogni, e incubi, vorremmo raccontare, attraverso le parole di poeti e scrittori che in questa guerra furono coinvolti direttamente: D’Annunzio, Gadda, Comisso, Ungaretti, Montale, Hemingway, Kipling e altri ancora, seguendo le direttrici già tracciate da un nostro maestro: “è persuasione ponderata dello scrittore di questo libro che le guerre sono combattute dalla più bella gente che c’è, o diciamo pure soltanto dalla gente, per quanto, quanto più ci si avvicina a dove si combatte e tanto più bella è la gente che si incontra; ma sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che sorgono a profittarne” (E. Hemingway, p.5). Non potremmo essere più d’accordo. La memoria appartiene ai vivi, dice l’Ecclesiaste, e non ai morti, spetta quindi a noi ricordare questo evento spaventoso, le cui conseguenze sarebbero giunte fino ai nostri giorni.

 


UOMINI IN TRINCEA
un progetto di Giacomo Rossetto
produzione Teatro Bresci

Lezione spettacolo per le scuole secondarie di II°
in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale (1914-1918)

Negli anni degli anniversari si cerca sempre, non senza qualche forzatura, di recuperare, di "resuscitare" a volte, storie e e testimonianze del nostro passato.
“Uomini in trincea” non è la storia dei sussidiari, né quella dei monumenti, delle targhe: è la storia di una guerra.La Prima Guerra Mondiale.
Una storia di soldati, di uomini che hanno dato la vita, o ai quali la vita è stata tolta in nome di uno Stato che forse non lo meritava, è la storia di ufficiali che credevano in quello che facevano e fino all'ultimo hanno combattuto pensando alla pace da raggiungere, ma è anche e soprattutto la storia di una strage, i cui responsabili sono stati generali e comandanti italiani incapaci che hanno mandato al massacro migliaia di giovani senza pensare che a loro stessi. E' la storia minore, che solitamente si perde, che ci racconta del logorio di trincea, della dipendenza dall'alcool, della morte per fuoco amico, della voglia di diserzione ma è anche una storia di amicizie, di affetti e di tutto quanto la guerra, in ogni tempo e luogo cancella e schiaccia senza alcun diritto trasformando la vita in orrore.
“Uomini in trincea” racconta la storia di un anno.
E la racconta attraverso brani dell’opera più importante sulla Prima Guerra Mondiale, “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu.
Un anno dunque, solo un anno e su un solo fronte, quello dell'Altopiano di Asiago.L'altopiano è lo sfondo, come una cartina si è svuotato della popolazione che è scappata in pianura e aspetta da spettatore di poter tornare dove è vissuto. Intanto lì il territorio è tormentato dall'artiglieria e dagli scavi delle trincee, delle postazioni, la natura si manifesta col passare delle stagioni con la legge universale del tempo che non si ferma, neanche di fronte alla guerra.
E su questa cartina immaginaria si muove l'attore, entro i contorni costretti della vita di guerra. Pochi oggetti come compagni: borracce, baionette, un pacco di lettere; e il racconto emerge a brandelli, non è lineare, è rotto, frammentato, schegge drammatiche, divertenti.All'attore l'arduo compito di essere un uomo, niente più di un uomo, perché in questo sta la profondità di Emilio Lussu, nel fare a pezzi i giudizi e non dimenticare mai che sotto le divise, che sotto i nomi, le nazionalità, in fondo non ci sono che uomini.

 


Le lezioni sono programmabili entro il 27 novembre 2017.

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